• Gunther Pariboni

Palla al centro, si ricomincia (?)




Molti hanno sofferto per l’interruzione del campionato di calcio di serie A. Il tifoso, che è restato a casa all’asciutto e non ha potuto esultare per le vittorie della squadra del cuore come rattristarsi per la sconfitta. Ed i molti tecnici che ogni settimana, più volte alla settimana, sono impiegati per portare tali prodezze direttamente nelle televisioni, tablet, cellulari o laptop degli stessi tifosi che sottoscrivono abbonamenti vari. E se il campionato vede all’orizzonte la ripartenza, è pur vero che gli spalti degli stadi potrebbero essere preclusi se non a tutti, a molti tifosi che dovranno quindi beneficiare delle maestranze televisive.

Perchè? Perché sono quelli che fanno vedere la partita. Sono i cameraman, i fonici, gli addetti al replay, i grafici, gli addetti al mixer, i tecnici di alta frequenza e tutti quelli che mettono in moto la “macchina partita”. Sono, per intenderci, gli invisibili che ogni giorno tutto l’anno, permettono alle persone di vedere il prodotto televisivo. Ti permettono di essere informati, di ridere, di commuoverti e di eccitarti nei 90 minuti di una partita.

Stiamo per ricominciare? Bellissimo, siamo felici perché almeno chi opera nel settore televisivo delle partite e quindi non ha contratti milionari come i vari giocatori, finalmente potrà vedere qualche bonifico in entrata dalle varie società di produzione. Perché, è bene ricordarlo sempre, noi che facciamo il “lavoro sporco” siamo anche quelli che veniamo pagati per ultimo e delle volte anche il meno possibile.

Ma con la ripartenza dobbiamo pensare a cosa ci perderemo dal punto di vista dell’immagine, dell’informazione, del vivere una partita di calcio come se la poltrona fosse a bordo campo. Il problema non sarà allestire l’impianto audiovideo con fibre e triax perché lo facciamo sempre e non ci spaventa. Il problema sarà la nostra sicurezza che a noi, ma forse solo a noi, sta a cuore. Qualcuno che ha studiato più di noi ci ricorda che un virus malefico invade la nostra vita delimitando distanze precise neanche avessimo davanti il geometra del comune, ma questo “qualcuno” non sa che per fare il nostro amato lavoro dobbiamo dimenticarci la distanza sociale.

Non vogliamo rinunciare alle mascherine, anche se appannano i viewfinder delle telecamere. Non vogliamo rinunciare ai guanti anche se ci impediscono di operare sui selettori del “culetto” della telecamera. Ma vorremmo rinunciare all’assembramento del bordo campo con colleghi che per pochi centimetri di visuale sono disposti a vendersi la madre e neanche puoi dargli torto perché spesso quei pochi centimetri fanno la differenza. Vorremmo rinunciare alle interviste all’area Flash, quando in pochi metri quadrati dobbiamo essere noi, un assistente, i delegati della FICG, il giornalista, il giocatore e tanti altri colleghi. Vorremmo rinunciare alla Mix Zone dove elemosiniamo le parole del giocatore di turno, sempre su gentile concessione dell’addetto stampa. Ma vorremmo anche rinunciare a stare nei pullman regia, gomito a gomito a sfidare il tempo della partita per realizzare un prodotto bello che la gente ignora. Noi vorremmo rinunciare a queste cose ma non possiamo perché è il nostro lavoro, il nostro guadagno, la nostra sopravvivenza.

Attualmente non abbiamo ancora avuto indicazioni precise da chi, invece, dovrebbe darle e per questo siamo preoccupati. Non sappiamo in che modo ripartiremo, chi ripartirà, quali saranno i protocolli operativi per lavorare evitando il contagio. Sappiamo solo che, una volta ancora di più, siamo considerati l’ultimo pensiero di una macchina produttiva che, in realtà si basa prevalentemente sul nostro lavoro.

Perché anche Pelè, senza la bravura di un cameraman, non sarebbe mai diventato così famoso in tutto il mondo. Noi chiediamo sicurezza ed indicazioni precise per il resto il nostro lavoro, per quanto difficile e pesante, non ci spaventa. E’ morire di Covid, che ci spaventa realmente.

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